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venerdì 15 giugno 2012

ADDIO A RONCONI, UN GRANDE ATLETA NATO A BRISIGHELLA NEL 1918.

L’ ASSESSORE NATI MAURIZIO LO PREMIO NEL 2004 COME ATLETA BRISIGHELLESE AL GUFO ALLA FESTA DELLO SPORT. IL RICORDO  TRATTO DA SIROTTI NEW. Le condoglianze di “Brisighella Ieri e Oggi” ai figli. 

IL TRICOLORE DI ALDO RONCONI

Aldo Ronconi è nato il 20 settembre 1918 a Brisighella  ed è morto il 12 giugno 2012 nella sua Faenza, all’età di 93 anni. Ha corso tra i professionisti dal 1940 al 1952 cogliendo soltanto sei vittorie. Troppo poche rispetto al suo valore. Prima di diventare professionista è stato un validissimo dilettante, categoria dove ha vinto il Campionato Italiano dei Giovani Fascisti nel 1938 e la prestigiosa Milano Monaco nel 1939. In quell’anno si classificò al secondo posto nel campionato italiano di categoria. Nel 1940 fece il salto di categoria approdando tra i professionisti  e trovandosi di conseguenza a gareggiare a fianco di Bartali e Coppi che all’inizio furono anche suoi compagni di squadra. Essendo stati anni di guerra, quelli, dovette, come tutti, sospendere l’attività agonistica fino al termine del conflitto. Riapparve sulla scena del mondo del ciclismo nel 1946 vincendo la tappa Bassano-Trento del Giro d’Italia attaccando sul passo S.Lugano e indossando la maglia tricolore di Campione d’Italia in Toscana al termine di una lunghissima fuga anche grazie al disinteresse dei principali favoriti. A portarlo alla fama fu però il Tour del 1947 vincendo una tappa in solitaria ed indossando la maglia gialla. Alla fine risulterà quarto nella classifica generale. Ottenne anche un quinto posto al Giro d’Italia del 1946.

ADDIO A RONCONI, “VERO” VINCITORE DEL TOUR ‘47
Aldo Ronconi è morto questa mattina alle 6.45 a Faenza. Era nato a Brisighella il 20 settembre 1918. Lascia un figlio e una figlia che hanno proseguito l’attività da lui avviata: un negozio di vendita di biciclette e accessori per il ciclismo nel centro storico di Faenza. Fu campione italiano nel 1946 e vinse una tappa al Giro d’Italia del ’46 e una al Tour de France del ’47. Era detto “il parroco” per via di un copricapo nero che era solito indossare in corsa e a causa del fratello prete. Lo chiamavano pure “l’uomo del caldo” perché quando gli altri si squagliavano sotto il sole e l’afa, lui volava. I manuali di ciclismo ricordano che il più grande risultato di Ronconi fu un quarto posto al Tour de France del 1947. In realtà fu uno scippo dei francesi che, come ha più volte sottolineato Ronconi, “non potevano lasciare il Tour al ciclista che vinse nel 1939 il Giro dell’Asse, con Mussolini alla partenza e Hitler all’arrivo”. Nonostante il boicottaggio dei transalpini, fu lui il primo ciclista italiano a ridare dignità ad un Paese umiliato dagli eventi bellici. Primo azzurro a vincere una tappa del dopoguerra e primo a indossare la maglia gialla. Ancora prima di Coppi e di Bartali. Quando nella terza tappa, la Bruxelles-Lussemburgo, si presentò tutto solo sul traguardo, ai margini della strada le persone si stendevano letteralmente in terra, in lacrime: “Erano minatori, operai e altri emigranti – raccontava Ronconi -, da sempre derisi e a cui la mia vittoria restituì l’orgoglio dell’appartenenza all’Italia. In molti negli anni a seguire mi scrissero lettere toccanti per ringraziarmi di quella vittoria”. Il grande corridore romagnolo conquistò la maglia gialla nella settima frazione, la Lione-Grenoble, tenendola anche il giorno successivo. Poi, a giochi ancora aperti, fu protagonista della 19esima tappa, la Vannes-Saint Brieuc di 139 chilometri, la più lunga crono della storia della Grande Boucle. Un record destinato a rimanere nei secoli, certe distanze oggi sono improponibili. Sul Mur de Bretagne Ronconi chiuse terzo a 6’32” dal belga Impanis e a un minuto e mezzo dal francese Robic. La maglia gialla finì all’altro italiano Pietro Brambilla – con il faentino a meno di un minuto – ma un’imboscata transalpina nell’ultima tappa, consegnò la corsa a Robic. Decisivi il cambio Simplex dei francesi, certe alleanze internazionali e, soprattutto, le scie delle moto. A 80 chilometri
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dal traguardo, sulla salita del Buon soccorso, il fattaccio: gli astuti transalpini davanti con l’aiutino e gli odiati italiens dietro a inseguire solo con le proprie forze. Solo nel ’92 ci fu la riabilitazione. “Ci invitarono alla partenza del Tour, mio padre era ospite d’onore – spiega il figlio Antonio -. Durante una cena giornalisti, ex ciclisti e organizzatori si alzarono tutti in piedi. Mi si avvicinò un ex comandante partigiano e mi rivelò: ‘Il vero vincitore del Tour del ’47 era Aldo Roncini, suo padre ma noi non potevamo permetterlo ’. Fu la conferma di anni di sospetti”. ECon.  tratto da SIROTTI NEW