giovedì 12 giugno 2014

INAUGURAZIONE DEL NUOVO PERCORSO DI VISITA DELLA CRIPTA E DEI VANI SOTTERRANEI DELLA PIEVE DEL THO’



BRISIGHELLA. La Pieve di San Giovanni in Ottavo, o Pieve del Thò come viene comunemente chiamata, è una delle pievi romaniche più suggestive e meglio conservate del territorio ravennate. A partire da sabato 14 giugno 2014 la cripta della pieve e alcuni vani adiacenti, scoperti e indagati a più riprese nel secolo scorso, saranno finalmente aperti al pubblico che avrà così a disposizione un percorso di visita corredato da pannelli per scoprire la storia e le curiosità di questo straordinario monumento. La Pieve di San Giovanni in Ottavo deve il nome al fatto di sorgere all’ottavo miglio della Via Faventina (oggi Faentina), l’antica strada romana che da Faenza giungeva a Fiesole, lungo la Valle del Lamone. Già menzionata in una pergamena del 909, ha subìto varie modifiche anche se l’impianto principale resta quello della fine dell’XI secolo, come attesta un’iscrizione su un capitello recante la data 1100.
La cripta scoperta sotto il presbiterio durante i restauri condotti negli anni ’30, risale alla fase edilizia più antica della pieve. Durante gli ampliamenti del XVI secolo era stata occultata e riempita dei materiali più eterogenei tra cui frammenti di plutei decorati, parte di un ambone e pilastrini. Svuotata tra il 1950 e il 1960, ha restituito reperti ceramici e lapidei di età romana e medievale oltre a resti archeologici (tratti di murature, una fornace per campane, una tomba alla cappuccina, anfore da trasporto, ceramiche da mensa e alcuni dolia) riferibili sia alla pieve che a una precedente fase di occupazione in epoca romana. Dopo gli ultimi lavori di consolidamento e restauro del complesso effettuati tra gli anni ‘90 e il Duemila, le Soprintendenze per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e per i Beni Architettonici delle province di Ravenna, Ferrara, Forlì-Cesena e Rimini hanno promosso con il Comune di Brisighella un progetto di valorizzazione della cripta e degli ambienti sotterranei, realizzando un percorso di visita che consentirà di ammirare questa parte così suggestiva e sconosciuta dell’edificio.

La presenza di un’importante via di comunicazione che da Faenza saliva a Firenze varcando l’Appennino, la Faventina, racconta un passato fatto di uomini, scambi e mercanzie, di campi fertili da coltivare e luoghi ameni in cui vivere. Gli scavi archeologici effettuati sotto la chiesa hanno fornito informazioni sull’utilizzo di questa zona prima che la pieve fosse costruita. In età romana questa era un’area agricola collegata a una grande villa urbano-rustica posta all’VIII miglio della Faventina. Qui in particolare c’erano i magazzini, documentati da 12 grandi dolia per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, recipienti di ampia portata che potevano contenere fino a 1500-2000 litri di olio o vino, ma anche semi o cereali. L’occupazione del territorio in età romana è confermata da elementi architettonici reimpiegati per la costruzione della pieve tra cui epigrafi sepolcrali, capitelli di produzione orientale di III e IV secolo, frammenti lapidei e fusti in granito grigio (uno di questi è un miliario di IV secolo riutilizzato come colonna) e un capitello del I secolo a.C. riutilizzato come acquasantiera.
È assai probabile che questo insediamento rurale sia rimasto in vita dalla fine dell’epoca repubblicana (I secolo a.C.) fino al V secolo d.C. come sembrano testimoniare alcune tombe alla cappuccina rinvenute sotto il pavimento della chiesa, che andarono ad occupare l’area della villa. Le sepolture alla cappuccina erano modeste strutture per inumazione, realizzate con grandi tegole accostate in modo da formare un tetto: utilizzate per tutta l’età romana, persistono fino all’epoca medievale. Tra i materiali di età medievale e post-medievale, si segnalano un frammento di transenna da finestra, una formella raffigurante un cavaliere, il frammento di uno stemma in calcare raffigurante una torre su un monte, una base troncopiramidale in pietra per croce astile e piccoli frammenti di affreschi.
Lo svuotamento della cripta ha portato al recupero di parte di un ambone, l’elemento da cui il sacerdote o il diacono enunciava le letture durante la liturgia. Spesso di dimensioni ridotte e poco elevato, vi si accedeva da due o tre gradini e poteva ospitare una sola persona. La cripta della Pieve del Thò fungeva da oratorio per le funzioni quotidiane del clero. Costruita utilizzando mattoni e laterizi di recupero e blocchi di spungone, presentava in origine uno spazio suddiviso da tre coppie di pilastrini o colonne (di cui sono visibili attualmente solo alcune basi) che sorreggevano una copertura con volte a crociera. Illuminata da tre monofore poste nell’abside, vi si accedeva dalla navata principale della chiesa tramite una scala centrale sul cui lato è visibile un mattone di età romana con incisa una tavola da gioco (tabula lusoria).
Oltre ai reperti provenienti dagli scavi, all’interno della cripta sono esposti anche materiali originariamente conservati all’interno della chiesa. Tra questi, l’urna o piccolo sarcofago in marmo grigio che, secondo una targhetta marmorea oggi perduta, conteneva le ceneri di S. Claro martire. Donata nel 1855 da papa Pio IX a Girolamo Lega e poi ceduta alla pieve, nel 1908, dal nipote Claro Lega, dopo i restauri del 1934 l’urna fu spostata in canonica e quindi, dal 1956, trasferita nel luogo attuale per iniziativa del pievano Don Pio Lega, membro della stessa famiglia e promotore degli scavi effettuati nella cripta negli anni ‘50, come ricorda l’epigrafe incisa sul cippo che sostiene l’urna.

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